Sono gli anni de La corsa della lepre attraverso i campi (1972), L’uomo che non seppe tacere (1972) e Un battito d’ali dopo la strage (1973): gli anni del successo di Lea Massari.Richiamata fortemente in patria, si presta ancora una volta alle sapienti mani di Valerio Zurlini in La prima notte di quiete (1972), accanto a un Alain Delon col cappotto di cammello e una sempre maestosa Alida Valli, poi ai quattro occhi dei fratelli Taviani, che la frappongono tra Mastroianni e Betti in Allosanfan (1973). lei la più intensa, straordinaria e insuperabile Anna Karenina (1974) dopo la Garbo, nell’omonimo sceneggiato televisivo diretto da Sandro Bolchi, e tanta eccellenza non può non essere omaggiata dalla Francia che la sceglie come membro della Giuria di Cannes nel 1975.Se non fosse stato per Francesco Rosi, che le ha offerto l’opportunità di recitare in Cristo si è fermato a Eboli (1979), accanto a Gian Maria Volonté, Irene Papas e Paolo Bonacelli, oggi lei non potrebbe vantarsi (azione che non fa mai, fra l’altro, perché modestissima) del Nastro d’argento come Miglior attrice non protagonista per il ruolo di Luisa Levi. E se non fosse stato per Segreti Segreti (1985) di Giuseppe Bertolucci, nel ruolo della madre di Lina Sastri, Parigi ce l’avrebbe portata via per sempre.Oltre che attrice, la Massari, è stata anche sceneggiatrice del film di Marco Leto, tratto dal romanzo di Simone De Beauvoir, Una donna spezzata (1988), poi, poco stimolata dal cinema italiano, decide di ripiegare a vita privata.

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Ci vediamo a casa si fa addirittura in tre per dire dell’inezia della borghesia, della disgrazia di piccola fattura, di immigrati compiacenti, di ardori adolescenziali, svolgendo a suon di maschere e cliché il tema della precarietà, della corruzione, della diversità, dell’omosessualità, della detenzione, dell’integrazione, dell’immigrazione, senza senso della misura, senza il senso delle cose (sociali), senza un senso. Ci vediamo a casa si sogna commedia applicata al sociale ma è più modestamente una favola che trasfigura la realtà, facendosi inconsistente lezione di civiltà. Ogni qualvolta che ci chiediamo perché il nostro cinema non ce la fa ad alzarsi da questa lenta decadenza in cui sta scivolando ci dovremmo chiedere invece perché noi non siamo più interessati ad accoglierlo;invece di stare sempre con il naso rivolto verso l’altro continente e aspettare il prossimo big movie per andare al cinema potremmo promuovere ogni tanto i nostri temi [.].