Anna ha un bambino di otto anni e una casa in affitto dove si è rifugiata, con l’aiuto dell’assistenza sociale, da un marito violento. Separata e terrorizzata dall’uomo che ha cercato di uccidere suo figlio, il piccolo Anders, Anna vive in uno stato di ansia e confusione permanente da cui sembra uscire davanti al sorriso di Helge, un giovane uomo incontrato sull’autobus che ne accoglie la fragilità e il dolore. Ossessionata dal padre di Anders, acquista un babycall, un dispositivo senza fili che le assicura il contatto costante col figlio addormentato nella stanza accanto.

Sfortunatamente la mano di Joe Roth, dopo avere realizzato l’inconsistente I perfetti innamorati (malgrado l’aureo cast), anche questa volta non convince, facendosi trasportare da un plot debole, soprattutto nella seconda parte.I coniugi Krank, Luther (Tim Allen) e Nora (una Jamie Lee Curtis al limite del disfacimento), quest’anno vogliono evitare festoni e alberi di Natale per emigrare verso i caldi lidi caraibici. Non hanno però fatto i conti con i vicini di quartiere, capitanati dal risoluto Vic Frohmayer (Dan Aykroyd), legati indissolubilmente alla tradizione, che non accettano di buon grado di vedere una casa senza addobbi. Come se non bastasse la figlia Blair decide di fare una sorpresa ai genitori e di venire a trovarli.

Non ce n bisogno. Lee riesce a partire dall fumettistico per costruire un analisi senza giudizi di una parte della personalit umana. L furioso e animalesco di sfogare i propri istinti senza preoccuparsi delle sovrastrutture (chi vuole ci veda Nietszche) che la societ civile ci impone.

Aspettavano, i napoletani, di risentire la sua voce tuonare come una nuova eruzione del Vesuvio, invece il cantante e attore Mario Merola è andato via senza sussurrare nemmeno una parola, nel silenzio più sacro, ma pur sempre sceneggiando la sua vita, lasciata ormai all’ultimo respiro, fra dolore e speranza. Per chi è totalmente estraneo alla sceneggiata, di cui era notoriamente il Re, Merola lascia un immaginario cinematografico visionario, labirintico e quasi incomprensibile, ma per chi invece ha la Napoli degli inganni e della musica nel sangue, la Napoli di quei quartieri dove l’aria ha il sapore di bucato steso ad asciugare al sole e di pummarola, Merola lascia in eredità un mondo filmico che è diametralmente l’opposto: lineare, intenso e soprattutto commovente.Nato da una famiglia di umili origini (suo padre era un ciabattino), nella sua giovinezza e, quindi anche durante le miserie del dopoguerra, cerca di sopravvivere come aiuto cuoco e scaricatore al porto di Napoli. Su incoraggiamento dei colleghi di lavoro, che ne apprezzavano le doti vocali e musicali, inizia a esibirsi come cantante nel repertorio classico della canzone napoletana, che lo porterà ad affacciarsi nei migliori teatri campani con la canzone “Malu Figliu”, inserita subito in uno sceneggiato che lo vedeva come protagonista, raggiungendo nel giro di pochi anni un notevole successo e conquistando prima Napoli, poi l’Italia e perfino l’estero (soprattutto quel Nord America di emigrati italiani).