Figuriamoci poi se i pazienti sono una allucinata famiglia irlandese che arriva con più sensi di colpa che bagagli, trasportando vivi che sembrano morti e defunti che hanno i piedi per terra più dei vivi.I bambini guardano e ci guardano. Ora usano una videocamera come fa Christy, la narratrice, che documenta la “vita americana” di una famiglia irlandese immigrata a New York negli anni 80. Il padre Johnny (Considine) attore, la madre Sarah (Samantha Morton che rivela, film dopo film, la forza di una recitazione svincolata dai dialoghi), Christy e la sorellina minore Ariel (Sarah ed Emma Bolger sono vere sorelle) abitano in un quartiere povero di New York e sperano di ritrovare una serenità sconvolta e squarciata dalla morte prematura di Frankie (il vero Frankie, al quale è dedicato il film, era il fratello di Jim Sheridan).Jim Sheridan, il bravo regista irlandese cinquantacinquenne, condensa in In America, da lui scritto insieme con le figlie Naomi e Kirsten, fatti della propria vita: ha perduto per un tumore al cervello il fratello diciassettenne Frankie al quale il film è dedicato; con moglie e figlie si è trasferito da giovane negli Stati Uniti, inseguendo il Sogno Americano; cattolico, crede all’intervento provvidenziale soprannaturale.

Lei non si lascia coinvolgere più di tanto. Preferisce che a parlare sia il suo lavoro e al Salone del Mobile di Milano si è presentata con un nuovo prodotto per Bang Olufsen, la celebre azienda di elettronica con cui collabora da anni. Una relazione tra danesi doc, per lei che abita in centro a Copenhagen, è nata a un’ora da lì e va in vacanza, anzi in ritiro, come dice lei, nel cottage di famiglia su un’isoletta sempre da quelle parti senza tv, dove il telefono non prende e noi andiamo a pescare per procurarci la cena.

Per restare in ambito musicale, restano da ricordare, in un esuberante cameo come dee jay, Henry Rollins, cantante rock prestato quasi definitivamente al cinema, e il mago del techno pop (e altro ancora) Moby, nel ruolo del leader del gruppo heavy “Secretaries of Steak”, assolutamente e ironicamente in contro tendenza con l’immagine ufficiale dell’artista.La presenza di Malcom McDowellUn altro punto a favore del film è la presenza di Malcolm McDowell nella parte del cacciatore di vampiri: pienamente conscio del carattere ironico sarcastico del suo ruolo, McDowell, benda nera su un occhio, si cala nella parte con considerevole aplomb, senza prendersi sul serio ma dando efficacia alle scene in cui compare. Curiosamente, Malcolm McDowell appare anche da giovane in un flashback realizzato utilizzando, con opportuno e sapiente montaggio, alcune scene tratte da O Lucky Man!, capolavoro colpevolmente dimenticato di Lindsay Anderson. Vedere quelle poche immagini ci ricorda la poliedricità di un attore come McDowell, comodamente ambientato nella sua odierna nicchia da caratterista ma capace di interpretazioni da protagonista di notevole spessore, anche al di là di Arancia meccanica.